29 Gen
Su HuffPost, testata giornalistica online di informazione e commento sui temi della politica, dell’economia e dell’attualità, è stato pubblicato il contributo di Andrea Laguardia, Vicepresidente di Legacoop Produzione e Servizi, dedicato all’internalizzazione della società di ristorazione della Camera dei Deputati.
Un’analisi puntuale dei dati economici che mette in discussione la narrazione istituzionale sugli utili della società in house, evidenziando l’aumento dei costi per la spesa pubblica e l’assenza dei risparmi annunciati.
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Di seguito riportiamo il testo integrale dell’articolo pubblicato.
La Camera dà i numeri sulla sua società di ristorazione
di Andrea Laguardia, Vicepresidente Legacoop Produzione e Servizi
Nel turbinio del caos delle informazioni sulle vicende internazionali passano inosservate alcune notizie minori, e questo agevola il lavoro, tipico di chi governa, indipendentemente dal colore politico, di diffondere una narrazione diversa dalla realtà.
Alcuni giorni fa è stato comunicato con molta enfasi, da parte della Camera dei Deputati, che la CD Servizi, la società in house creata nel settembre del 2024 per erogare i servizi interni di ristorazione per gli onorevoli deputati, ha generato 1,2 milioni di euro di utile e che, grazie all’internalizzazione anche degli altri servizi, pulizia, facchinaggio, ecc., nel 2025 l’utile dovrebbe raggiungere 1,6 milioni di euro.
Gli utili sono una bella notizia per qualsiasi azienda, ma risultano incomprensibili per una società “in house”, cioè di proprietà di un ente pubblico, che nasce per ottimizzare la spesa dell’ente per uno specifico servizio. Non nasce di certo per fare utile, anche perché il compito dell’ente pubblico, lo Stato, non è fare utili attraverso le società in house. Banalmente, posso generare degli utili spostando risorse dell’ente pubblico nella società in house. Troppo facile.
Non sono sul mercato, non vendono servizi a terzi, non devono produrre.
Una legge limita molto la nascita di questo tipo di società, perché in passato sono diventate uno strumento che ha fatto aumentare la spesa pubblica e, nei casi peggiori, venivano usate per attività clientelari da parte del politico di turno. Inoltre, non è assolutamente dimostrato che in questo modo l’ente pubblico risparmi rispetto all’esternalizzazione dei servizi attraverso bandi pubblici.
Nel caso della CD Servizi è semplice fare due calcoli per capire dove la narrazione si discosta dalla realtà, analizzando in primis il bilancio della Camera dei Deputati.
L’attività operativa della CD Servizi SpA è iniziata, come previsto, il 1° settembre 2024 ed è svolta a seguito della Convenzione sottoscritta con la Camera. Da quella data è avvenuta la cosiddetta internalizzazione dell’attività di ristorazione.
Analizzando i bilanci della Camera dei Deputati e quelli della CD Servizi, emerge in modo evidente perché i fatti siano molto diversi dal racconto.
Nel 2024 la CD Servizi SpA ha registrato ricavi per 5,3 milioni di euro, di cui 2,5 milioni per la ristorazione. Poiché per statuto almeno il 95% del fatturato deve provenire da servizi resi alla Camera dei Deputati, si può stimare che circa 2,3 milioni di euro della spesa della Camera siano stati destinati a CD Servizi SpA per la ristorazione.
Nel 2024 i fornitori esterni hanno gestito la ristorazione per 8 mesi, con un costo medio di 312 mila euro al mese, mentre CD Servizi SpA ha operato per 4 mesi, con un costo medio di 575 mila euro al mese, cioè circa l’84% in più rispetto ai fornitori esterni.
Guardando alla spesa complessiva per la ristorazione, si è passati da 4,2 milioni nel 2022 a 4,1 milioni nel 2023, pari a un meno 3 per cento nonostante un’inflazione del 5,7 per cento, mentre con l’ingresso di CD Servizi SpA la spesa è salita a 4,8 milioni nel 2024, più 18 per cento, e a 5,6 milioni nel 2025, più 16 per cento, per un aumento complessivo di circa 1,6 milioni di euro entro il 2025.
Quindi l’utile generato è dovuto al fatto che la Camera dei Deputati ha speso oltre 1,5 milioni di euro in più rispetto alla gestione affidata ad aziende esterne.
Ricordo che, quando fu annunciata la nascita di questa società in house, alcuni esponenti della maggioranza di governo motivarono la scelta con due argomentazioni economiche, maggiori risparmi e stabilizzazione dei lavoratori, e una più politica, in questo modo si elimina il monopolio delle cooperative.
I maggiori risparmi non ci sono stati. I lavoratori sono gli stessi ed erano già stabilizzati e tutelati dalle norme sui cambi di appalto.
Il monopolio delle cooperative non è mai esistito, in quanto i bandi pubblici hanno sempre garantito un turn-over tra le imprese del mercato.
Preoccupa l’eccessivo entusiasmo con cui viene annunciato il successo di un’iniziativa che viene elevata a modello, estendendo le attività che deve svolgere. Fra qualche anno, ne sono certo, arriverà puntuale il tema dell’aumento dei costi e dell’esubero di personale.
È un film già visto. In un Paese normale servirebbero politiche di public procurement di lungo respiro, un rapporto tra pubblico e privato improntato alla collaborazione, in un’ottica di miglioramento dei servizi erogati, con investimenti che generano maggiore occupazione.
In finale, aggiungo un dato, visto che questo Paese è stato inondato negli ultimi anni dalla retorica demagogica contro la politica e i suoi costi. Nel 2022 i deputati sono passati da 630 a 400, quindi, seguendo quel tipo di ragionamento, i costi per i pasti non dovevano diminuire?
